Dirigente Scolastico: Prof.ssa Silvia Boaretto

Vicaria: Ins. Tiziana Barcella

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EUROPA UNITA

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Europa era una giovane donna molto alta e esile di corporatura, portava i capelli corti color castano chiaro
e aveva gli occhi uno diverso dall’altro: uno era di un blu intenso, l’altro aveva il tono cristallino del mare
in estate.

Europa era nata in una famiglia di nobili principi, in cui regnava da sempre il valore
dell’uguaglianza, fondata sulla parità di diritti di tutti. Era stata proprio la fiducia per questi pilastri di vita
che la madre di Europa aveva sacrificato la sua vita, lasciandola sola.
Europa cresceva come una ragazza come tante, ma c’era qualcosa, un particolare, che la distingueva:
dentro di sé provava un odio profondissimo per coloro che avevano ucciso la madre, per la quale nutriva
un sentimento di amore eterno.

Una notte, a Europa apparve in sogno proprio la madre.

- Europa, sono io – le disse. – Non devi portare avanti ciò che io ho iniziato solo per vendetta, devi farlo
per il tuo bene e per quello degli altri.
Europa si svegliò molto spaventata. Per qualche istante non riuscì a capire dove fosse e si sentiva
sopraffatta da emozioni potentissime che non aveva mai provato prima. Stava male, il ricordo della madre
si confondeva col sogno che aveva appena vissuto, si sentiva stanca e debole e presto la avvolse
l’amarezza della verità: non avrebbe mai più abbracciato sua madre, era solo un sogno.
Durante i giorni seguenti, non riusciva a pensare a nient’altro, passava così i minuti, le ore ma era come se
fosse passato soltanto un secondo: quel sogno continuava a tornarle alla mente, facendola riflettere. Forse
era giunto il momento di accettare il suo destino e ascoltare ciò che la madre continuava a ripeterle.
Iniziò a camminare per le strade della sua città, parlando a gran voce di uguaglianza e dei diritti
fondamentali per l’umanità, soprattutto quelli delle donne e dei bambini. Molte persone si riunivano
attorno a lei, persone di diversa etnìa, religione, persone dalle lingue e dalle culture differenti.
Nel pensiero di Europa tutti dovevano avere un ruolo importante nella società e nessuno sarebbe stato
deriso o offeso per le sue tradizioni: nessuno inferiore. Iniziarono così a vivere tutti insieme secondo delle
leggi nuove che vietavano lo sfruttamento minorile e la guerra.
Da quel giorno Europa divenne presto una figura di riferimento per l’intera umanità. Aveva preso a
indossare spesso una camicia bianca, accompagnata da una giacca blu, una collana e orecchini i diversi
colori. Da lei prende il nome il nostro continente, dove è nata e ha vissuto, e i colori della nostra bandiera
sono gli stessi che Europa indossava.

 

GANDHI

Vicaria: Ins. Tiziana Barcella

Referente di plesso:  Ins. Marilena De Gregorio

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1 febbraio 1948 

Scendo per le scale e mi ritrovo davanti decine di celle con decine di prigionieri. È un sotterraneo che non ho mai visto prima di adessso, il luogo dove mandano i “guerrieri della pace”. Anche io lo sono, allora.

Il primo pezzo del corridoio è illuminato dalla luce della porta d’ingresso, ma dopo le prime celle il buio diventa totale e bisogna camminare con le mani avanti per evitare di sbattere contro qualcosa. L’odore di chiuso, pieno di polvere che entra nel naso e ti fa stranutire. I prigionieri sono gettati a terra, la maggior parte fatica a respirare, in alcune celle sono rimaste e ossa di chi non ce l’ha fatta. Non avevo mai visto tanto degrado e ora anche io ne faccio parte. Hanno buttato anche me in uno di questi bugigattoli, forse morirò qui dentro.

Mi hanno chiesto di uccidere Gandhi e io l’ho fatto. Perché?

Potrei rispondere che aveva idee troppo diverse dalle mie e da quelle dei miei amici, potrei dire che mi avevano promesso che questo mi avrebbe reso una persona migliore, una specie di eroe, ma la verità è che, se non l’avessi fatto, loro avrebbero ucciso me. E anche lui.

Sono un codardo? Forse. Ma voi siete certi che al posto mio vi sareste tirati indietro?

13 marzo 1953 

Nella cella di fianco alla mia stava un prigioniero con cui parlavo spesso, anche se non ci eravamo mai confidati il motivo per cui ci trovavamo qui, nemmeno dopo tanti anni. Poi è arrivato un giorno speciale: oggi è uscito, ormai ha scontato tutta la sua pena.

Ieri ha deciso di raccontarmi tutto. Mi ha fatto promettere di non dirlo mai a nessuno, sembrava se ne vergognasse. Anche io mi sono aperto con lui e gli ho raccontato tutto. È rimasto in silenzio per diversi minuti, credo che non se l’aspettasse perché subito dopo mi chiesto: - Perché hai ucciso l’uomo più buono sulla faccia della Terra?

Ho provato a spiegarmi, raccontandogli buona parte della mia vita. Ero sempre stato convinto che se una persona nasceva in una famiglia povera era perché se lo meritava e chi era ricco - come me - non doveva abbassarsi a livello degli altri.

Non ha detto più niente, dopo un po’ ho sentito solo che si era addormentato.

Nemmeno stamattina mi ha rivolto la parola. Poi, quando le guardie sono venute a prenderlo per portarlo via mi ha detto: - Hai tempo, rifletti bene su quello che hai fatto.

Mi ha colpito profondamente. 

5 luglio 1953 

Sono passati più tre mesi da quando sono da solo. Le giornate sono più noiose, mi manca molto, è stato il primo vero amico che ho avuto. Grazie a lui, però, ho pasato gli ultimi mesi a riflettere.

Penso di avere capito l’enorme sbaglio che ho fatto, mi piacerebbe chiedere scusa.

Qual è stato l’errore di Gandhi se non pensare che tutti devono avere gli stessi diritti e ognuno è libero di pensare e di esprimere ciò che vuole? Ogni giorno che passa qui dentro me ne accorgo sempre di più.

Quando uscirò, mi piacerebbe provare a convincere le persone che siamo tutti uguali e che l’odio non porta certo alla felicità. 

22 novembre 1969 

Sono uscito di carcere esattamente un anno fa. E oggi ho appena guidato l’ultima manifestazione anti-razzista nel centro di  Nuovaa Delhi. Siamo un bel gruppo, sempre più persone ci seguono e lottano insieme a noi, significa che la nostra è una causa giusta. Mi sento un uomo nuovo, fare del bene agli alti mi aiuta anche a stare bene con me stesso. E’ una sensazione nuova che mi arricchisce.

 

IQBAL

Vicaria: Ins. Tiziana Barcella

Referente di plesso: Ins. Salvatorica Cuccureddu, Schiavone Maria Antonietta

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Ero dietro alla porta d’ingresso, quando bussarono. Mio padre uscì e si mise  parlare con un signore, non si accorse che stavo origliando.

- Allora, quanto mi dai? – disse mio padre. Lui rispose con un numero, a quel tempo ancora non ne capivo la portata. Mia madre si accorse che stavo ascoltando, mi guardò triste e mi portò dietro casa, proponendomi un gioco. C’era furgone parcheggiato, al suo interno era seduti altri nove bambini poco più grandi di me, alcuni piangevano. Salii e il portellone si chiuse. Chiesi al più grande di che gioco si trattasse, non mi rispose. Non capii perché, pensavo fosse parte del gioco stesso. Quando sentii il motore accendersi mi resi conto che non era affatto un goco.

Non rividi i miei genitori per molto tempo.

Mi avevano venduto come un oggetto, gli unici sentimenti che riuscivo a provare erano rabbia tristezza, non mi abbandonava mai il desiderio di vendicarmi.

Ci portarono in un posto molto lontano, la nostra nuova casa, la nostra prigione. Era un luogo sporco, trasandato, puzzava di chiuso. Dormivamo lì, lavoravamo lì. Io e i miei compagni dovevamo cucire i tappeti che poi il nostro proprietario avrebbe venduto agli stranieri. Lavoravamo senza sosta né guadagno: non ci veniva data nemmeno una rupia, né a noi né alle nostre famiglie.

Il tempo sembrava non passare mai. Alla sera le braccia erano dure come pezzi di legno e l’unico desiderio era quello di poter riposare per tre giorni di fila. A volte, mentre lavoravamo, ci veniva ancora la voglia di giocare, ma non era possibile, il padrone non ce lo permetteva mai, così prima di andare a dormire ci raccontavamo delle storie per non pensare. Non poteva andare avanti così.

Decisi di scappare, non riuscivo più a accettare quella situazione. Sentivo che dovevo fare qualcosa non soltanto per me, ma anche per tutti gli altri bambini. Rassicurai gli altri e giurai loro che sarei tornato.
Quella notte scappai. Riuscii a scavalcare il muro e mi misi a camminare verso la città. Nella piazza del mercato, alcuni venditori stavvano allestendo i banchi. Mi sedetti su un marciapiede e mi addormentai. Venni svegliato da qualcuno che con un megafono, al centro della piazza, stava incitando la popolazione a lottare per i propri diritti. Li raggiunsi e spiegai a questi uomini la mia storia.

Quella stessa sera li condussi dal padrone e tutti i miei compagni vennero liberati. Nessuno di noi aveva un posto dove andare, così fummo ospitati nella sede dei sindacalisti che ci avevano aiutato. Era bello, finalmente potevamo riniziare a giocare anche se ci eravamo scordati come si facesse.

Sapevamo che c’erano ancora tanti bambini che vivevano come schiavi. Aiutai i sindacalisti a trovarli. Mi intrufolavo di nascosto e scattavo delle foto, così era più facile liberarli.

Spesso tornavamo al mercato a raccontare la nostra lotta, pensavamo che le persone dovessero conoscere quelle cose. Ma non tutti volevano starci ad ascoltare, le nostre parole li mettevano in pericolo.

Un giorno, mentre giocavo intorno a quella che ormai era la mia casa, una macchina coi vetri scuri si avvicinò. Io non la vidi subito perché stavo correndo in bicicletta, mi stavo facendo rincorrere.

Da quella macchina partirono tre colpi, indirizzati a me. Nessuno sa con certezza chi mi ha ucciso, ma quello fu il mio ultimo giorno sulla Terra. Fu un peccato andarsene così presto, la cosa bella è che ancora oggi nelle scuole si parla di me e della lotta per la tutela dei diritti dei bambini. La loro infanzia va protetta, i bimbi devono divertirsi e ridere, non lavorare. Per quello c’è tutta la vita.

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