Dirigente Scolastico: Prof.ssa Silvia Boaretto

Referente d'ordine: Ins. Mariarita Barisione

Ricevono su appuntamento

 

HANSEL & GRETEL

Referente di plesso: Isabella Campolucci

Via Fossano n°7 - 10040 Tetti Francesi Rivalta (TO)
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+39 335 7655395

 

Zac e Alec si erano accorti che c’era qualcosa di strano in me. Da quando eravamo entrati in quel cupo e fitto bosco, mille pensieri mi stavano offuscando la mente e tutti i ricordi di quella terribile esperienza mi facevano venire i brividi.

Stavo pensando a Gretel, mia sorella, forse per quello inciampai in un sasso e caddi a terra.

- Tutto ok? –, mi chiese Zac con quegli occhi azzurri azzurri. Ormai si era fatto alto e muscoloso. Risposi sì, ancora con la testa fra le nuvole: - Sì, sono solo un po’ preoccupato che vi facciate male, questa strada è un po’ sconnessa. Non volete tornare indietro?

Alec, che era tutto il contrario di Zac  (basso, magrolino e con gli occhi verdi) rispose, vantandosi:

- Ma papy! Siamo grandi ormai, non abbiamo paura del bosco!

- E va bene –, dissi rialzandomi – Visto che siete grandi allora vi racconterò una storia che vi ho tenuto nascosta fino ad ora. Avevo una sorella e questo bosco me l’ha portata via, per questo mi sono preoccupato.

- Raccontaci tutto! – disse Zac.

- Io e Gretel eravamo molto affezionati. Venivamo spesso iin questo bosco, la nostra era una famiglia povera così nostro padre ci mandava a cercare qualcosa da mangiare.

Un giorno però ci perdemmo e non riuscivamo più a ritrovare la strada verso casa. Ormai era buio, eravamo stanchi e senza forze. Ad un tratto, però, sentimmo un profumo dolce e irresistibile, così lo seguimmo. Ci condusse a una casa incantata: le stradine intorno erano crcondate da marciapiedi fatti di confetti al cioccolato e, al posto dell’erba, c’era dello zucchero filato rosa e azzurro.

Mi sembrava davvero insolito, ma ero troppo curioso, così entrai, soprattutto perché ero affamato. Notai subito le pareti di cioccolato bianco che mi fecero venire l’acquolina in bocca quindi, facendo attenzione che non ci fosse nessuno intorno, ne staccai un pezzetto e lo mangiai. Al centro della stanza c’era un tavolo di cioccolata con sopra un sacco di caramelle, me ne intascai qualcuna. Il lampadario era grande e lucciante, mi sembrava di pan di spagna ricoperto di glassa e brillantini. Sul fondo della stna c’era una scala a chiocciola fatta di tiramisù che portava a una stanza di marshmallows. C’era anche una piscina, cola di M&M’s colorati, costruita con stecche di liquirizia. Ero molto intenzionato ad assaggiarla, ma la mia curiosità fu attratta da un bastone di zucchero, appoggiato su un armadio di caramello.

“Fermiamoci qui e mangiamo un pezzo della casa”, proposi a Gretel.

“Sono d’accordo”, rispose lei.

“Io mangio il muro a destra e tu quella finestra di zucchero caramellato!”

Avevamo già la bocca piena, quando sentimmo una voce: “Chi è là?” urlò.

“Hansel, hai sentito?” mi chiese Gretel. Risposi di sì, mi guardai attorno ma non c’era nessuno. Pensammo di esserci sbagliati, quando fece capolino una vecchietta che ci disse di non preoccuparci, che lì eravamo al sicuro. Ci portò anche due bicchieri: giallo per Gretel e rosso per me.

Ancora non sapevo che il mio conteneva una pozione che impiegò solo pochi secondi a fare effetto.

In un attimo quella strega divenne per me la cosa più bella che avessi mai visto. Difficile da spiegare, ma era come se non vedessi altro che lei.

“Quanto è bella… secondo te sa che esisto?” chiesi a Gretel che sgranò gli occhi e aprì la bocca, ma non le uscirono le parole. “ Voglio dire, è fantastica. Io… non ho mai visto nulla di più bello. Gretel, io penso di amarla. Devo dirglielo. E se fosse già impegnata? Non importa, lo toglierò di mezzo”. Gretel era preoccupata, anche se io non me ne accorgevo. Dentro di me, sentivo che quei sentimenti erano sbagliati, completamente irrazionali, ma nonostante questo non riuscivo a fermarmi. Ero proprio vittima di un sortilegio.

Mi avvicinai a lei non sapendo bene cosa fare né tantomeno se farlo. La strega era a pochi centimetri da me, eravamo talmente vicini che ruscivamo a sentire i nostri respiri sul viso. Continuavamo ad alternare lo sguardo tra labbra e occhi, fino a quando quella distanza si azzerò completamente, creando un misto di emozioni che non avevo mai provato. Lei, soddisfatta del suo incantesimo, si godette il momento sperando che non finisse mai.

In quel momento entrò Gretel. Non so bene cosa abbia provato, immagino non si fosse mai sentita così tradita e a disagio. Aveva capito subito che quella donna era malvagia, ma non avrebbe mai immaginato nulla del genere. Scappò fuori dalla stanza e io la seguii. Ricordo ancora benssimo le sue parole: “Ascoltami Hansel: ti è stato fatto un incantesimo!”

“Ma cosa dici? Sono solo innamorato!”

“Ne sono sicura, Hansel. Come faccio a provartelo?”

“In nessun modo perché non è così”

“Hansel è vecchia, non vedi la pelle piena di rughe? Questo non può che essere un incantesimo!”

“ Sono stanco di sentirti parlare”, le dissi, “Se nemmeno mia sorella vuole provare a comprendermi, allora addio!” e la lasciai da sola nella stanza. Lei non si arrese, non subito.

Andò in cucina e trovò il reparto proibito. Lì c’erano tutte le cose necessarie per creare una pozione: veleno di seprente, sangue di rco, lacrime di toll, piume di avvoltoio e unghie di zombie. Prese un pentolone e iniziò a mescolare tutto, cuocendolo sul fuoco, fino a raggiungere un risultato eccezionale: una pozione mortale senza antidoto. Gretel era pronta a riprendermi.

Per non dare sospetto, versò l’infuso mortale nella teiera e lo portò sul tavolo insieme a degli zuccherini. In quel momento era come Voldemort all’attacco di Hogwarts, pensava di avercela fatta, ma qualcosa andò storto. Forse la strega che era davvero malefica e scambiò le loro due tazzine. Vidi mia sorella accasciarsi per terra, come addormentata. Qualcosa mi si risvegliò dentro. Spinsi la vecchietta nel pozzo e corsi via con mia sorella in braccio. Non so come, ma ritrovai la strada di casa, ma quando fummo arrivati il suo polso aveva smesso di battere.

Zac e Alec mi guardavano dispiaciuti.

- Ci sarebbe piaciuto conoscerla.

- Possiamo tornare indietro e fare  qualcos’altro, papà!

Mi feci coraggio: - No, va bene così. Andiamo pure avanti. Tutti prima o poi dobbiamo affrontare le nostre paure.

Voglio una scuola che parla ai bambini

da quelli più grandi ai più piccini

che insegna a volare aprendo le ali

e sa che i voli non sono mai uguali.

Voglio una scuola che scavalca muretti

e accoglie disegni che non sono perfetti

che guarda avanti e traccia sentieri

senza scordarsi di quelli di ieri.

Voglio una scuola con dentro il sole

che toglie polvere alle parole

con porte aperte, grandi finestre

e bimbi che ridono con le maestre.

(liberamente tratto da Janna Carioli)

Abbiamo riservato per te un posto speciale,

è pronta per te una classe eccezionale.

Incontrerai tantissimi bambini:

farfalle, bruchi e fiorellini

con cui affrontare questo nuovo viaggio

all’insegna dell’amicizia e del coraggio.

Ogni mattina prima della “lezione”

l’appuntamento fisso è nel nostro salone.

Qui si riuniscono per l’occasione

tutti i bambini di ogni sezione

e insieme tra giochi, balli e canti

è sempre una festa per tutti quanti.

Questa è l’aula di psicomotricità

dove la “lezione” più divertente sarà.

Qui potrai fare tanti giochi di movimento:

saltare, rotolare e correre più veloce del vento.

C’è tantissimo materiale con cui giocare:

cuscini, materassini, corde e palline da lanciare.

Ma lo sai che quest’aula ha un potere straordinario?

Ti può trasportare in un mondo immaginario

e con i tuoi amici preparati a fare un tuffo

nella magica terra dei Respirasbuffo.

Forse adesso è ancora difficile da capire

ma presto a scuola con Ritmia ti potrai divertire!!!

Ecco l’atelier d’arte, nella nostra scuola una novità,

luogo in cui dare spazio a fantasia e creatività.

Potrai trasformarti in un vero pittore

creando quadri che parlano al cuore;

potrai giocare con conchiglie, sabbia e sassolini

manipolare oggetti come piace ai bambini.

C’è un posto, nella nostra scuola, dove i sogni prendono forma

e una piccola brandina in un comodo lettino si trasforma,

un luogo in cui il tempo passa in gran fretta

perché al tuo risveglio c’è già qualcuno che ti aspetta.

Questo è il nostro giardino

colmo di giochi a misura di bambino.

Dopo pranzo con le belle giornate

potrai correre, divertirti e fare lunghe chiacchierate.

_______________________________________________________________________________________

Questa è la nostra scuola:

un posto sicuro ed accogliente che speriamo diventi per te….

il posto più bello che c’è!!!

 

GIROTONDO

Referente di plesso: Silvia Cristiano e Daniela Gemma

Via G.Leopardi n°13 - 10040 Pasta di Rivalta (TO)
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+39 011 9031621

 

Girotondo era un bambino dalla pelle scura, i suoi capelli erano molto corti e neri, non era molto alto di statura per i suoi sei anni e spesso veniva preso in giro. Frequentava la prima elementare nella scuola Iqbal Masih di Rivalta. Di solito stava da solo in un angolo della classe perché i suoi compagni non erano affatto gentili con lui: gli sputavano in faccia, lo spingevano contro il muro e minacciavano di buttarlo dalla finestra. Ma la cosa che più lo feriva erano le parole d’odio che gli rivolgevano soltanto per il colore della sua pelle.

Gli dicevano che puzzava, che era sporco, che faceva schifo e che, per questo, non meritava gli stessi loro diritti, nemmeno la libertà. Qualcuno lo offendeva dicendogli che era obeso, qualcun altro invece che era anoressico e non sapeva più nemmeno lui se fosse grasso o magro. Per lui, gli insulti erano la quotidianità, ma facevano male lo stesso. Essere derisi a quel modo era assurdo e, ancora più assurdo era il fatto che nessuno lo aiutasse. Non c’era nessuno che gli chiedesse come stava, per questo iniziò a sentirsi sbagliato.

Nei momenti di solitudine, Girotondo canticchiava. Cantava soprattutto nei momenti tristi e quando la solitudine era insostenibile perché così si sentiva più sollevato. All’inizio erano solo delle melodie confuse poi, pian piano, si divertiva ad aggiungere delle parole alle note che gli risuonavano nella testa. In particolare, cercava sempre più di mettere in musica la sua storia e quello che lo circondava.

Un venerdì (era appena suonata la campanella che indicava l’ora di pranzo) Girotondo, ignorando il suo appetito, si rifugiò nel giardino della scuola che a quell’ora era deserto. Prese con sé un foglio e una penna. La prima parola che gli risuonò fu Girogirotondo, che certo era il suo nome, ma era anche la direzione in cui andava il mondo!

Casca il mondo, casca la terra, scrisse poi. Questo verso gli ricordava tutti i momenti in cui l’avevano spintonato, tutti gli sgambetti che aveva ricevuto, tutte le volte che si era seduto in un angolino per non farsi notare.

Aggiunse infine tutti giù per terra che era in assoluto la sua frase preferita perché sperava che prima o poi avrebbe avuto anche lui degli amici con cui giocare.

Finito l’intervallo, Girotondo tornò in classe e, senza accorgersene, si mise a canticchiare la canzone che aveva appena scritto: suonava bene! Non era poi così male, adesso, essere da soli, anzi.. poteva essere davvero divertente, bastava mettersi a cantare. Un gruppo di ragazzi della sua classe (che non stavano mai attenti alla lezione) si accorsero che c’era qualcosa di diverso nel viso di Girotondo, sembrava proprio che si stesse divertendo! Senza farsi notare dalla maestra, avvicinarono poco a poco i banchi e le sedie a quello di Girotondo e tesero le orecchie: non fu difficile imparare la filastrocca che stava ripetendo. Nel giro di qualche minuto anche loro si unirono al coro, cantando a squarciagola la canzone che Girotondo aveva inventato.

Ecco perché il girotondo è diventato un gioco dove tutti i bambini si tengono la mano e cantano insieme, camminando in cerchio. Prima Girotondo era il solo a cadere per terra, ora tutti i bambini del mondo cascano insieme, divertendosi a più non posso.

BRUNO MUNARI

Referente di plesso: Marina Carreri

Via Carignano n° - 10040 Gerbole di Rivalta (TO)
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+39 011 9032645

 

 

Bill era basso e un po’ cicciotto, portava i capelli corti, marroni come gli occhi. La sua camminata era goffa e risultava un po’ impacciato in qualunque cosa facesse, ma aveva un animo sensibile. Clarissa, sua sorella, era invece alta e magra, fisico slanciato e occhi verdi. Aveva i capelli lunghi fin sotto le spalle, mossi in grandi boccoli color arancio. La riconoscevi subito, camminava come un generale dal passo pesante, così come il suo carattere forte e introverso.

Andavano d’accordo, non litigavano quasi mai uno con l’altra ma erano amorevoli e affettuosi.

Era la notte della vigilia di Natale, Bill e Clarissa se ne stavano tranquilli nei loro letti, quando ad un tratto, un urlo acuto li svegliò e li costrinse ad alzarsi. Si diressero nella camera degli zii, John e Lily. Lì trovarono la zia Lily che saltellava sul letto come una pazza, mentre col dito indicava qualcosa sul muro: lo zio (anche lui in piedi sul letto) stava cercando di schiacciare un ragno con un fazzoletto.

Né Bill e Clarissa tolleravano molto alcuni comportamenti dei loro zii (a volte erano proprio un po’ strani!), ma erano gli unici parenti rimasti in vita dopo che i loro genitori erano mancati quando Bill aveva cinque anni e Clarissa solamente tre.

Visto che la mezzanotte era passata da un pezzo e che non riuscivano più a riprendere sonno, scesero in sala e trovarono sotto l’albero una miriade di regali. Subito si misero a leggere i biglietti per cercare quelli indirizzati a loro, ma c’era un solo pacchetto con il nome dei due fratelli.

- Clarissa, perché ci hanno fatto un solo regalo?

- Questa sì che è un’ingiustizia – rispose la sorella.

- Io avevo chiesto una macchinina telecomandata, molto più divertente di un libro!

- Anche io volevo il camper della Barbie, dentro aveva anche la piscina!

- Non sono mai stato così triste in tuuuutta la mia vita.

- Dai, non dire così! Guarda che alcuni libri sono davvero belli, insegnano molte cose e poi guarda: è pieno di sfumature colorate!

- Stai zitta!

- Allora vorrà dire che il libro lo terrò io…

- Tanto io che me ne faccio – disse Bill – non mene faccio NIENTE!

- Infatti lo terrò io e lo leggerò tutte le sere prima di andare a dormire. Grazie zia e zio! Vado a leggerloooooo!

Clarissa tornò verso la sua stanza, si sedette sul letto e iniziò a sfogliare questo piccolo libro, pieno di colori. Bill, invece, era rimasto in salone immerso nei pacchetti di Natale. Dopo pochi minuti, non riuscì più a resistere e raggiunse Clarissa.

- Hey, cosa stai facendo -  le chiese.

- Idiota, non vedi cosa sto facendo?

- Ah, sì. E… e… non posso leggerlo con te?

Clarissa sbuffò (ma solo per finta) poi guardò suo fratello negli occhi e disse: - Sì, dai. Puoi venire anche tu.

Ad una prima occhiata, il libro sembrava uno dei tanti, ma appena lo aprirono vennero colpiti da un immenso stupore nel vedere che le pagine erano tutte diverse fra loro, una era liscissima e quella dopo ruvida o rugosa, i colori accesi che gli riempirono gli occhi di gioia e allegria. Per qualche minuto rimasero come incantati: Bill non riusciva a smettere di accarezzare le pagine, mentre Clarissa non resistette e cominciò a leggere a voce alta la storia.

Le lettere erano scritte con un carattere fiabesco che lei non riusciva ancora bene a comprendere, così chiese a suo fratello di farlo anche per lei. Non avevano mai visto niente di simile! Pagina dopo pagina, i loro visi cambiavano espressione restando sempre più sbalorditi da quello che stavano vedendo, toccando, ascoltando.

Ad un tratto, una luce forte e arancione invase tutta la stanza: non si erano accorti che la notte era finita e non avevano dormito neanche un minuto! I loro volti erano coperti da quattro profondissime occhiaie ma per la prima volta dopo tanto tempo si sentivano felici.

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